
Introduzione: un invito a disobbedire all’utilità
Viviamo immersi in una cultura della performance, dove ogni competenza deve portare a un risultato, ogni conoscenza deve avere un impatto immediato, ogni minuto speso deve generare un “ritorno”.
In questo scenario, l’idea di dedicarsi a qualcosa che non produce un beneficio tangibile può sembrare un lusso, se non addirittura una perdita di tempo.
Eppure, proprio l’estate è la stagione giusta per coltivare saperi non spendibili, curiosità improduttive, esplorazioni senza scopo.
In altre parole: ciò che nutre la mente e l’identità, anche (e soprattutto) quando non serve subito.
Quando imparare diventa solo un mezzo
Negli ultimi anni, anche la formazione personale è stata inglobata nella logica dell’efficienza: si studia per aggiornarsi, per lavorare meglio, per essere più competitivi. Persino il tempo libero viene “ottimizzato” con podcast formativi, letture professionali, masterclass serali.
Ma quando tutto deve servire, qualcosa si perde: la meraviglia, la lentezza, la possibilità di deviare. E soprattutto, si rischia di trasformare l’apprendimento in un’altra forma di prestazione.
Cosa intendo per sapere inutile (e perché è prezioso)
Il sapere “inutile” non è sciocco o frivolo.
È quel sapere che non ha uno scopo immediato, che non è connesso a un obiettivo preciso, che non serve a “diventare qualcuno”.
È leggere un romanzo russo sotto l’ombrellone. È imparare il nome delle piante incontrate in vacanza. È guardare un documentario su un argomento che non useremo mai sul lavoro.
Questo sapere è prezioso perché:
- nutre la nostra identità profonda, quella non funzionale;
- rilassa e apre lo sguardo, stimolando connessioni inaspettate;
- alimenta la creatività, proprio perché è sganciato da un fine;
- ci restituisce il diritto di apprendere per piacere.
L’estate come spazio di esplorazione
L’estate è un momento ideale per riappropriarci di questo tipo di sapere.
I ritmi rallentano, le aspettative si allentano, e la mente si apre a stimoli diversi. Possiamo concederci letture non funzionali, ascolti erranti, piccoli esperimenti mentali.
Qualche idea:
- tenere un taccuino delle scoperte inutili
- ascoltare un audiolibro su un tema che non conosciamo affatto
- fare una passeggiata osservando ciò che non conosciamo (e poi cercarlo)
- imparare a memoria una poesia solo per il gusto di farlo
Una forma di libertà e di cura
Scegliere di coltivare il sapere inutile è un atto di disobbedienza gentile contro la cultura del “tutto deve servire”.
È un modo per restituire alla mente uno spazio gratuito, dove ritrovare l’entusiasmo, la leggerezza, il gioco.
Non tutto ciò che impariamo deve diventare un contenuto, un progetto o una competenza.
Alcune cose possiamo impararle solo perché ci somigliano, perché ci chiamano, perché ci fanno sentire più vivi.
Un invito per concludere
In questo tempo estivo, lascia che almeno una parte del tuo apprendimento sia inutile.
Non da giustificare, non da monetizzare, non da raccontare. Solo tuo.
E tu, che sapere inutile ti concederai di coltivare quest’estate?



