
Settembre è arrivato e, con lui, ricomincia la scuola. Qualche mese fa avevo scritto che l’estate è probabilmente il momento migliore per lavorare sul proprio metodo di studio: c’è meno pressione, si può osservare come si studia, provare strategie diverse, sbagliare e correggere senza che ogni tentativo abbia immediatamente il peso di una verifica o di un’interrogazione.
Continuo a pensarlo.
Ma un metodo costruito, rivisto o semplicemente ripensato durante l’estate, a un certo punto deve incontrare la scuola vera. Le spiegazioni, i capitoli da studiare, gli esercizi, le verifiche e le interrogazioni, materie molto diverse tra loro, ma anche tempi e ritmi che non decidiamo noi: scadenze, sovrapposizioni, settimane più dense di altre, quantità di lavoro che cambiano continuamente.
Ed è qui che comincia una parte del lavoro sul metodo di cui, secondo me, si parla ancora troppo poco.
Perché una delle frasi che sento più spesso dai ragazzi è anche una delle meno precise: “Devo studiare”.
Studiare non è una sola attività
Nel linguaggio quotidiano usiamo la parola “studiare” per indicare un numero sorprendentemente grande di cose.
Leggere un capitolo nuovo cercando di capirlo è studiare. Ripassare qualcosa che abbiamo già affrontato è studiare. Imparare date, termini o definizioni è studiare. Fare esercizi di matematica è studiare. Preparare un’esposizione orale, ricostruire un argomento senza guardare il libro, collegare informazioni provenienti da capitoli diversi: chiamiamo tutto nello stesso modo.
Il problema è che, dal punto di vista di chi deve imparare, non sono affatto la stessa attività. Richiedono operazioni cognitive diverse e, di conseguenza, modi diversi di lavorare.
Sembra ovvio quando lo diciamo così. Molto meno quando arriva il momento di organizzare un pomeriggio di studio.
Sul diario o sul registro troviamo “storia, pagine 35-48”, “matematica, esercizi 12-18”, “scienze, capitolo 3”. Guardiamo quanto materiale c’è, valutiamo più o meno quanto tempo richiederà e distribuiamo il lavoro.
Abbiamo pianificato i compiti. Non necessariamente abbiamo pianificato l’apprendimento.
Che cosa deve succedere dentro quel tempo?
Quando insegno a pianificare lo studio, il tempo è naturalmente una delle risorse da considerare. Sapere quante ore abbiamo a disposizione, distribuire il carico nella settimana ed evitare di concentrare tutto alla vigilia di una verifica sono competenze importanti.
Ma assegnare un’ora a storia non ci dice ancora che cosa faremo durante quell’ora.
Se l’argomento è nuovo, una parte del lavoro servirà a comprenderlo: individuare i concetti importanti, chiarire termini, ricostruire relazioni e collegamenti. Se invece devo prepararmi per un’interrogazione, a un certo punto dovrò verificare se sono capace di recuperare quelle informazioni senza averle davanti, organizzarle e spiegarle.
In matematica il lavoro sarà ancora diverso: eseguire correttamente una serie di esercizi simili non basta se poi non so riconoscere quale procedimento utilizzare davanti a un problema nuovo.
Lo stesso tempo, quindi, può essere occupato da lavori cognitivi molto diversi. Ed è qui che “studiare un’ora” comincia a diventare un’indicazione poco utile.
Pianificare il lavoro, non soltanto il tempo
Questa distinzione ha una conseguenza molto concreta sul modo in cui organizziamo lo studio. Quando stimiamo il tempo necessario, tendiamo facilmente a partire dalla quantità: pagine da studiare, esercizi da svolgere, capitoli da preparare. Sono informazioni utili, ma non sufficienti.
Venti pagine di un argomento nuovo e complesso non equivalgono a venti pagine di qualcosa che conosciamo già. Dieci esercizi simili tra loro richiedono un lavoro diverso rispetto a un problema nel quale dobbiamo prima capire quali conoscenze utilizzare.
Per pianificare bene, quindi, non basta quantificare il lavoro: dobbiamo anche qualificarlo, capire cioè che cosa ci viene richiesto e che cosa dovremo essere in grado di fare alla fine.
Una competenza che si costruisce
È qui che il metodo va oltre la conoscenza di tecniche e strumenti. Con il tempo impariamo a riconoscere meglio il lavoro che abbiamo davanti, a capire dove incontriamo una difficoltà e a scegliere di conseguenza come intervenire.
“Devo studiare di più”, per esempio, non è sempre una risposta utile. Se non ho compreso un concetto, se faccio fatica a collegare le informazioni, se conosco un procedimento ma non so quando applicarlo o se non riesco a recuperare ciò che avevo studiato, ho problemi diversi. Aggiungere semplicemente altro tempo potrebbe non risolverli.
Forse allora, mentre ricomincia la scuola, alla domanda “quanto devo studiare?” possiamo affiancarne un’altra: “che lavoro devo fare?”
Non avremo sempre una risposta immediata. Imparare a trovarla, però, è già parte del metodo.



