
Settembre ha qualcosa di gennaio, ma con meno fuochi d’artificio. Si torna dalle vacanze, riprendono le attività, ricominciano la scuola e il lavoro a pieno ritmo e, quasi senza accorgercene, iniziamo a pensare a quello che potremmo fare nei mesi successivi.
Potremmo iscriverci a quel corso che abbiamo adocchiato da tempo, riprendere a fare attività fisica con maggiore regolarità, sistemare finalmente quella parte della casa, iniziare un progetto, imparare a usare uno strumento nuovo, organizzare meglio le fotografie, leggere di più. Se lavoriamo in proprio, poi, le possibilità si moltiplicano: un nuovo servizio, una collaborazione, un canale di comunicazione da sperimentare, una formazione che potrebbe essere utile.
Alcune sono idee nostre. Molte altre ci vengono incontro mentre facciamo tutt’altro: una newsletter, un post, una conversazione, una pubblicità, qualcuno che ci racconta quello che sta facendo.
Di solito consideriamo tutto questo una ricchezza. Avere possibilità è meglio che non averne e poter scegliere è, evidentemente, una condizione di libertà. Su questo non c’è molto da discutere.
Il problema è che abbiamo iniziato a comportarci come se ogni possibilità che incontriamo meritasse almeno di essere valutata.
Ed è proprio su questo “almeno” che ultimamente ho qualche dubbio.
Prima della decisione c’è un altro passaggio
Quando parliamo di sovraccarico decisionale, pensiamo soprattutto alla fatica di scegliere tra molte alternative. Quale computer comprare, quale corso frequentare, quale progetto portare avanti, dove andare in vacanza.
Per ridurre questa fatica cerchiamo criteri, restringiamo le opzioni, facciamo confronti. Sono strategie utili, ma intervengono quando il processo decisionale è già iniziato.
Prima, però, succede qualcosa che tendiamo a notare molto meno: una possibilità entra nel nostro campo di attenzione e noi decidiamo, spesso senza rendercene conto, che vale la pena prenderla in considerazione.
Mi segnalano un nuovo strumento per prendere appunti e comincio a chiedermi se potrebbe funzionare meglio di quello che uso. Scopro un corso interessante e controllo programma, date e costi. Vedo che qualcuno ha iniziato una certa attività e penso che forse potrebbe fare bene anche a me. Mi propongono un progetto e, prima ancora di sapere se voglio davvero occuparmene, comincio a ragionare su dove potrei farlo stare.
Non abbiamo ancora detto sì a niente, eppure abbiamo già iniziato a lavorarci.
Perché valutare una possibilità è già lavoro cognitivo. Richiede attenzione, ricerca di informazioni, confronti, simulazioni: se faccio questo, cosa devo spostare? Quanto tempo richiederà? Mi sarà utile? È il momento giusto? E se rinuncio, potrei pentirmene?
Alla fine possiamo anche decidere di non fare nulla. Le risorse necessarie per arrivare a quel no, però, le abbiamo già spese.
Il sovraccarico non viene soltanto dalle cose che facciamo
Questo mi sembra un aspetto interessante quando parliamo di sovraccarico.
Tendiamo a guardare soprattutto ciò che abbiamo effettivamente in carico: appuntamenti, scadenze, attività, progetti, incombenze. È la parte più visibile e quindi anche quella su cui interveniamo quando sentiamo di avere troppo da gestire.
Esiste però un carico meno evidente, composto dalle cose che non stiamo facendo ma che stiamo considerando.
Il libro che potremmo leggere. Il corso a cui forse ci iscriveremo. Il progetto che prima o poi sarebbe interessante sviluppare. L’applicazione che vogliamo provare. Il viaggio che abbiamo iniziato a guardare. Quella proposta sulla quale dobbiamo ancora “pensarci un attimo”.
Nessuna di queste cose occupa necessariamente una casella nell’agenda, ma tutte possono occupare attenzione.
La quantità di possibilità a cui siamo esposti, inoltre, è enormemente aumentata. Basta aprire un social network per incontrare in pochi minuti libri da leggere, posti da visitare, strumenti da provare, competenze da acquisire, modi diversi di lavorare, allenarsi, mangiare, studiare, educare i figli o organizzare la casa.
Non credo che la soluzione sia proteggerci da tutto questo né costruire una specie di impermeabilità alle novità. Sarebbe poco realistico e, personalmente, anche poco desiderabile. Molte delle cose migliori che facciamo nascono proprio dall’incontro con qualcosa che non stavamo cercando.
Forse, però, possiamo smettere di concedere automaticamente a ogni possibilità il diritto di diventare una decisione.
Non scegliere è diverso dal dire no
La distinzione può sembrare sottile, ma nella pratica cambia parecchio.
Dire no significa essere arrivati alla fine di un processo: ho considerato una possibilità e ho deciso di non seguirla.
Non prenderla in considerazione significa fermarsi prima.
Non ho bisogno di sapere se quel corso sia davvero valido se in questo momento non sto cercando una formazione. Non devo confrontare un nuovo software con quello che utilizzo se quello attuale risponde alle mie esigenze. Non devo capire se riuscirei a trovare spazio per un progetto semplicemente perché qualcuno me lo ha proposto.
La domanda, quindi, non è sempre: “Vale la pena farlo?”
A volte viene prima un’altra domanda: “Vale la pena che io investa tempo e attenzione per decidere se farlo?”
Mi sembra un filtro particolarmente utile perché cambia il criterio con cui guardiamo alle opportunità. Una cosa può essere interessante, conveniente, ben fatta e perfino molto adatta a noi, senza per questo dover entrare adesso nel nostro processo decisionale.
Non c’è bisogno di trovare un difetto nell’opzione per lasciarla fuori.
Anche le possibilità hanno un costo di gestione
In organizzazione siamo abbastanza abituati a ragionare sul costo delle attività. Prima di aggiungere qualcosa valutiamo il tempo necessario, gli spostamenti, le energie, magari il denaro.
Molto meno spesso contabilizziamo il costo di ciò che rimane in valutazione.
Eppure basta pensare a quante volte torniamo sulla stessa questione. Riapriamo una pagina salvata, chiediamo un’opinione, cerchiamo altre informazioni, lasciamo una scheda aperta nel browser, mettiamo un link tra i preferiti “per guardarlo con calma”, prendiamo nota di un’idea per non perderla.
Gli strumenti digitali rendono facilissimo conservare possibilità. Possiamo salvarle praticamente a costo zero.
O almeno così sembra.
Lo spazio di archiviazione costa pochissimo; quello mentale necessario per ricordare, ritrovare, rivalutare e decidere no.
E forse questo è uno dei motivi per cui possiamo sentirci pieni di cose anche quando, guardando il calendario, non sembra esserci poi così tanto.
Un filtro prima dei filtri
Settembre è un buon momento per accorgersene proprio perché tende ad amplificare il fenomeno. Ripartono le attività e insieme a loro tornano idee, progetti e intenzioni. Dopo l’estate alcune possibilità sembrano nuove, altre riemergono da dove le avevamo lasciate a giugno.
Invece di partire immediatamente chiedendoci che cosa vogliamo aggiungere ai prossimi mesi, potremmo osservare per qualche giorno ciò che chiede di entrare.
Non per compilare un’altra lista di priorità, ma per distinguere due livelli che spesso confondiamo: le possibilità che esistono e quelle sulle quali abbiamo davvero bisogno di prendere una decisione.
Il primo insieme può essere enorme. Il secondo, fortunatamente, non deve esserlo.
Forse una parte dell’organizzazione personale e della conoscenza passa anche da qui: non soltanto gestire meglio informazioni, attività e decisioni una volta che sono entrate nel nostro sistema, ma essere un po’ più selettivi sulla soglia.
Perché una possibilità non diventa impegnativa soltanto quando le diciamo sì. Può cominciare a esserlo molto prima, nel momento stesso in cui decidiamo che dobbiamo pensarci.



