
All’inizio di giugno una violenta grandinata accompagnata da vento fortissimo ha colpito il mio giardino.
Quando dico “colpito”, non intendo qualche foglia spezzata o qualche vaso rovesciato.
Intendo ortensie devastate, aromatiche ‘spelacchiate’, orto raso al suolo. Piante che seguivo e curavo da mesi ridotte in uno stato che mi ha fatto male vedere.
Chi mi conosce sa che ho un rapporto particolare con il giardino. Non considero piante e fiori semplici elementi decorativi. Li considero esseri viventi e, probabilmente, attribuisco loro più personalità di quanto sarebbe ragionevole fare.
Per questo ci sono rimasta male.
Molto male.
Per qualche giorno ho sistemato quello che c’era da sistemare, ma poi ho fatto una cosa che credo capiti spesso anche in altri ambiti della vita: ho distolto lo sguardo.
Passavo in giardino senza osservare davvero.
Evitavo di soffermarmi.
Faceva troppo male e, in fondo, avevo già emesso la mia sentenza: era tutto andato perduto.
Qualche giorno fa, però, mi sono fermata a guardare meglio.
E mi sono accorta che la storia non era finita affatto.
Le ortensie stavano reagendo.
Le aromatiche stavano ricacciando.
Perfino alcune piante che avevo dato per spacciate stavano provando a ripartire.
Non tutto si sarebbe salvato, certo.
La grandinata era esistita davvero.
I danni c’erano stati.
Ma avevo commesso un errore piuttosto comune: avevo trasformato una fotografia in una previsione.
Avevo osservato il momento peggiore e avevo dato per scontato che il futuro sarebbe stato uguale.
Mi sono resa conto che facciamo questa operazione molto più spesso di quanto crediamo.
Succede con i giardini.
Ma succede anche con le persone.
E succede spesso con tutto ciò che ha a che fare con l’organizzazione.
C’è un periodo che ci mette in difficoltà. Qualcosa si inceppa. Un sistema che fino a quel momento funzionava smette improvvisamente di funzionare. Le abitudini saltano, le priorità cambiano, l’equilibrio che avevamo costruito sembra sgretolarsi.
E quasi senza accorgercene arriviamo alla conclusione che sia tutto da rifare.
Nel mio lavoro incontro spesso persone che arrivano dopo una loro “grandinata”.
A volte si tratta di un evento preciso. Altre volte è qualcosa di più difficile da definire: mesi di stanchezza accumulata, un cambiamento che ha scombinato gli equilibri, una fase della vita che ha richiesto più energie del previsto.
La forma cambia, ma la sensazione è quasi sempre la stessa: quella di aver perso il controllo e di dover ricominciare tutto da capo.
Eppure, osservando meglio, quasi sempre emerge qualcosa di diverso.
Alcune abitudini sono ancora lì.
Alcune competenze sono ancora disponibili.
Alcuni sistemi hanno resistito più di quanto sembrasse.
Non si tratta di negare il danno, la tempesta c’è stata e sarebbe ingenuo fingere il contrario.
Ma l’organizzazione, almeno per come la intendo io, non serve a evitare le tempeste.
Nessuna agenda avrebbe salvato il mio orto dalla grandine.
Nessun planner avrebbe protetto le ortensie dal vento.
Allo stesso modo, nessun sistema organizzativo può impedirci di attraversare momenti difficili.
Può però rendere più facile la ripartenza.
Può lasciarci qualcosa a cui tornare quando le cose si calmano. Un’abitudine che ha resistito, un sistema che ha retto almeno in parte, una traccia del lavoro fatto prima che arrivasse la tempesta.
Non è poco.
Forse è per questo che la cosa più importante che mi ha insegnato il mio giardino quest’anno non riguarda il giardinaggio, ma la pazienza.
In fondo è una delle virtù fondamentali di chi coltiva. Il giardiniere prepara il terreno, semina, cura e aspetta. Sa che molte delle cose che contano non accadono nei tempi che vorremmo noi e che parte del suo lavoro consiste proprio nel prendersi cura di qualcosa che sta crescendo anche quando i risultati non sono ancora visibili.
Credo che sia proprio questa la lezione che faccio più fatica a ricordare quando qualcosa subisce un duro colpo. La tentazione è guardare il danno e trarre subito una conclusione: pensare che sia finita, che non valga più la pena investire energie, che occorra ricominciare da zero.
La pazienza ci chiede invece qualcosa di diverso. Ci invita a sospendere il giudizio, a concedere tempo alle cose e ad avere il coraggio di tornare a guardare.
Perché una storia osservata nel suo momento peggiore non è necessariamente una storia conclusa. E perché, a volte, sotto i rami spezzati c’è ancora molta più vita di quanto immaginiamo.



