Non tutto ciò che penso è vero

8 Gen 2026 | As time goes by

Con l’età — e anche grazie alla psicoterapia — ho imparato a diffidare di quello che penso.
Non sempre, certo. Ma nei momenti sbagliati sì.

La mente è uno strumento potente, ma non particolarmente affidabile quando è stanca, sotto pressione o delusa.
La mia, poi, ha una certa inclinazione a prendere scorciatoie: vede tutto nero, tira conclusioni rapide, trasforma una sensazione in una verità assoluta.

Quando succede, me ne accorgo quasi subito.
È quel momento in cui comincio a pensare che non sto facendo abbastanza, che sono ferma, che sto sbagliando direzione.
E più cerco di ragionarci sopra, più mi infilo nel buco.

Col tempo ho capito che, lì dentro, insistere a pensare non serve.
Serve fermarsi e mettere in discussione non la realtà, ma lo sguardo con cui la sto guardando.

Ricalibrare lo sguardo, per me, è diventata una necessità pratica.
Non una virtù, non un esercizio di consapevolezza avanzata:
l’unico modo che ho per tornare a una lettura un po’ più onesta di quello che sto vivendo.

Quando vedo tutto storto, faccio due cose molto semplici.

Invece della to do list, faccio la lista delle cose fatte

La to do list la conosco bene, la uso da anni.
Ma so anche che, nei momenti sbagliati, diventa una macchina per produrre frustrazione.

Guardo l’elenco, vedo tutto quello che manca, e la giornata — anche se piena — mi sembra vuota.
Allora cambio esercizio.

Scrivo cosa ho già fatto.

Non solo le cose “importanti”, quelle che fanno curriculum o che si raccontano bene.
Scrivo anche quello che di solito non considero: decisioni prese, problemi evitati, tempo speso a tenere insieme pezzi, a pensare, a sistemare.

Ogni volta mi succede la stessa cosa: mi sorprendo.

Non perché improvvisamente tutto va bene, ma perché mi rendo conto di quanto lavoro non vedo quando sono presa dal giudizio.

Spesso non è vero che non facciamo abbastanza.
È che non ci concediamo mai di guardare davvero quello che facciamo.

Ricalibro il metro con cui giudico la giornata

Quando comincio a pensare che ogni giornata sia insufficiente, so che il problema non è la giornata.
È il metro.

Per molto tempo ho usato una domanda sbagliata:
“È stata una giornata produttiva?”

Oggi provo a chiedermi altro.

Era realistico fare di più, oggi?
Ho rispettato i miei limiti o li ho ignorati?
Ho tenuto in piedi quello che andava tenuto?

Se la risposta è sì, cerco di fermarmi lì.
Anche se una parte di me vorrebbe sempre qualcosa in più.

Sto imparando — lentamente — che non tutte le giornate devono servire a migliorare.
Alcune servono solo a mantenere.
E mantenere richiede energia, attenzione, competenza. Anche se non si vede.

Accontentarsi, in questo senso, non è rinunciare.
È riconoscere che ciò che c’è — ciò che facciamo, ciò che reggiamo — è già abbastanza.

E a volte, se sono onesta, è anche troppo.