Il caldo, la scrivania e la forza di volontà

25 Giu 2026 | Green Living, Home sweet Home

Negli ultimi giorni mi sono imbattuta più volte in post e articoli che ruotavano attorno allo stesso tema.

Persone che per anni hanno resistito all’idea di installare un condizionatore per ragioni ambientali, economiche o semplicemente di principio e che, dopo settimane di caldo intenso, si sono ritrovate a prendere in considerazione l’acquisto per la prima volta.

Al di là della scelta in sé – su cui ognuno farà le proprie valutazioni – mi ha colpito un’altra cosa.

Molti raccontavano una sorta di conflitto interiore: da una parte i propri valori, dall’altra la fatica concreta di vivere, dormire, lavorare e concentrarsi in certe condizioni.

Mi sono ritrovata a pensare che spesso immaginiamo i nostri comportamenti come il risultato delle nostre convinzioni, delle nostre decisioni e, in ultima analisi, della nostra forza di volontà.

Nella realtà, però, l’ambiente in cui viviamo ha un peso molto più grande di quanto siamo disposti ad ammettere.

E il caldo, forse, è uno degli esempi più evidenti.

Quando la temperatura sale dormiamo peggio, ci affatichiamo più facilmente, facciamo più fatica a mantenere l’attenzione e abbiamo meno energie da dedicare alle attività che richiedono concentrazione.

Eppure continuiamo a raccontarci una storia diversa. Una storia in cui tutto dipende dalla motivazione, dalla disciplina o dalla capacità di “tenere duro”.

Questa riflessione mi ha riportato a un tema che incontro spesso nel mio lavoro.

Quando qualcosa non funziona, tendiamo a intervenire sulle persone.

Dovrei essere più costante.

Dovrei impegnarmi di più.

Dovrei organizzarmi meglio.

Molto più raramente ci chiediamo se sia l’ambiente a lavorare contro di noi.

L’ambiente conta più di quanto pensiamo

Negli ultimi decenni le scienze comportamentali hanno mostrato con sempre maggiore chiarezza quanto il contesto influenzi le nostre azioni quotidiane.

Richard Thaler e Cass Sunstein hanno reso popolare il concetto di “nudge”, una piccola modifica dell’ambiente capace di orientare i comportamenti senza obbligare nessuno a fare qualcosa.

Wendy Wood, che da anni studia il tema delle abitudini, ha evidenziato come gran parte dei comportamenti che consideriamo frutto della nostra disciplina siano in realtà fortemente influenzati dai segnali presenti nell’ambiente.

Detta in modo semplice: spesso non facciamo una cosa perché siamo particolarmente motivati.

La facciamo perché è facile farla.

Oppure non la facciamo perché è diventata inutilmente complicata.

La forza dell’attrito

È qui che entra in gioco un concetto che trovo molto utile: l’attrito.

Nelle scienze comportamentali, l’attrito è tutto ciò che rende più difficile compiere un’azione. Non parliamo necessariamente di grandi ostacoli. Molto spesso si tratta di piccole complicazioni che, prese singolarmente, sembrano irrilevanti.

Quando siamo riposati e abbiamo energie da spendere, tendiamo a superarle senza nemmeno accorgercene.

Ma nelle giornate in cui fa caldo, abbiamo dormito male o facciamo fatica a concentrarci, ogni passaggio aggiuntivo pesa un po’ di più.

Pensiamo a una situazione comune. Dobbiamo iniziare un’attività importante. Prima però dobbiamo recuperare un’informazione che non ricordiamo dove abbiamo salvato. Poi cercare un documento. Poi capire quale sia la versione aggiornata. Poi liberare un angolo della scrivania per poter lavorare.

Nessuna di queste operazioni è particolarmente difficile.

Il problema è che si sommano.

E quando l’energia disponibile diminuisce, diventano improvvisamente visibili.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’organizzazione: quando tutto fila liscio, non ci accorgiamo quasi dell’ambiente che ci circonda. Quando invece siamo stanchi, distratti o sotto pressione, l’ambiente smette di essere uno sfondo e diventa un protagonista.

Una stanza troppo calda. Un materiale difficile da recuperare. Un’informazione sparsa in cinque posti diversi. Una decisione che dobbiamo prendere ogni volta da capo.

Non sono problemi enormi. Ma sono tutti piccoli attriti che consumano energia.

Ed è qui che l’organizzazione può fare una differenza concreta: non aumentando la nostra forza di volontà, ma riducendo il numero di ostacoli inutili che dobbiamo superare per fare ciò che conta.

Cosa c’entra tutto questo con l’organizzazione?

Più ci penso, più mi convinco che una parte importante dell’organizzazione abbia poco a che fare con l’autodisciplina e molto a che fare con la progettazione.

Progettare spazi.

Progettare flussi di lavoro.

Progettare sistemi che ci aiutino a fare ciò che riteniamo importante anche quando non siamo nella nostra giornata migliore.

È una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati.

Quando qualcosa non funziona, tendiamo a cercare la causa dentro di noi. Pensiamo di essere poco motivati, poco costanti o poco organizzati.

Molto più raramente ci fermiamo a osservare il contesto.

Eppure il contesto conta.

Il caldo, in questo senso, è quasi un esperimento involontario.

Per qualche settimana ci mostra con chiarezza qualcosa che durante il resto dell’anno tendiamo a ignorare: la nostra capacità di agire non dipende soltanto dalle intenzioni.

Dipende anche dalle condizioni.

Quando abbiamo energia, concentrazione e margine, riusciamo spesso a compensare ambienti poco funzionali. Cerchiamo quell’informazione che non troviamo, prendiamo l’ennesima decisione, recuperiamo il materiale che ci serve, ci adattiamo.

Quando invece le energie diminuiscono, l’ambiente diventa improvvisamente visibile.

Ci accorgiamo di quanto sia dispersivo cercare sempre le stesse cose. Di quante decisioni prendiamo ogni giorno. Di quante informazioni sono sparse in luoghi diversi. Di quanti piccoli ostacoli abbiamo imparato a considerare normali.

Forse è anche per questo che l’organizzazione mi interessa sempre meno come esercizio di efficienza e sempre più come progettazione di contesti.

Non per fare di più.

Ma per sprecare meno energie in ciò che non aggiunge valore.

Una domanda per questa estate

Ripensando a quei post sul condizionatore, credo che la cosa che mi ha colpito di più sia stata questa.

Molte persone stavano facendo i conti con un fatto molto semplice: le condizioni in cui viviamo influenzano i nostri comportamenti molto più di quanto vorremmo ammettere.

E forse vale la pena ricordarselo anche quando parliamo di organizzazione.

Perché non sempre il problema è trovare più motivazione.

Non sempre il problema è diventare più disciplinati.

A volte il problema è che stiamo cercando di ottenere certi comportamenti in un ambiente che rende quei comportamenti inutilmente difficili.

Per questo, prima di chiedermi come essere più produttiva o più organizzata durante queste settimane di caldo, sto provando a farmi un’altra domanda.

Quali sono gli attriti che stanno consumando inutilmente le mie energie?

Perché spesso è lì che si nasconde il cambiamento più utile.

Non in una nuova agenda.

Non in una nuova app.

Non in un ulteriore sforzo di volontà.

Ma in qualche ostacolo in meno tra noi e ciò che vogliamo fare.