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La trappola del ‘tutto e subito’

Volere tutto e volerlo subito: pensi che sia un’attitudine diffusa nel mondo di oggi?

Io sì, lo penso.

E mi sono molto interrogata sulle cause di questa impazienza dilagante, senza, per altro, ruscire ad individuare la cosidetta ‘pistola fumante’. Forse perchè, come sempre, i fenomeni complessi hanno spiegazioni altrettanto complesse e molteplici, e ogni tentativo di riduzione alla semplicità rischia di essere parziale, fuorviante e anche sbagliato.

Leggendo mi sono però imbattuta in alcune possibili motivazioni, che vi riassumo qui solo per offrire spunti di riflessione e confronto:

  • impazienza come conseguenza della velocità che caratterizza il mondo in cui viviamo: la ‘rivoluzione digitale’ ci ha abituati ad accorciare, se non addirittura a pensare di eliminare, lo spazio e il tempo;
  • impazienza come realizzazione di noi stessi e della nostra felicità che passa attraverso una proiezione esterna: il nostro benessere dipende dall’ottenimento di qualcosa fuori di noi, e prima lo agguantiamo, prima saremo, se non felici, almeno soddisfatti;
  • impazienza come incapacità di vivere l’attesa: perchè il rapporto che abbiamo con il tempo è da sempre qualcosa di problematico e può succedere che il peso dell’oggi schiacci completamente la capacità di guardare in prospettiva, e quindi di vedere il domani;
  • impazienza come manifestazione della frustrazione che ci assale quando non riusciamo a risolvere immediatamente un problema: stare nelle cose che accadono, soprattutto se non sono piacevoli, è difficilissimo e possiamo essere tentati di agire frettolosamente e con impazienza per provare a risolvere la situazione.

Ma venendo ai temi che più mi riguardano, la propensione a volere tutto e subito come si relaziona con l’organizzazione personale?

Ad una prima, superficiale, valutazione si potrebbe persino identificare una persona organizzata proprio con una persona che va veloce, nelle azioni e nel pensiero, che passa da un’attività all’altra in modo rapido e deciso, e che, in generale, è solita raggiungere rapidamente tutti i risultati che si è prefissata.

Ma se mi leggete, vi ricorderete che ho già parlato del falso mito del multitasking.

E ora vorrei sgomberare il campo dall’equivoco che organizzazione faccia rima con impazienza, fretta e, sì, anche con una certa dose di aggressività, nelle azioni e nel pensiero.

Organizzazione personale significa per me consapevolezza, equilibrio e gentilezza.

Utilizzare al meglio le proprie risorse per emettere comportamenti efficaci significa in primo luogo organizzare un pensiero consapevole su obiettivi, priorità e strategie. Significa riflettere: su di noi, sugli altri, sulle cose. E quando si riflette, quando lo si fa davvero, avere fretta è una contraddizione in termini.

Mettere in pratica ciò che abbiamo pensato e pianificato significa poi armarsi di perseveranza e continuare ad adottare le strategie migliori per gestire con equilibrio le risorse disponibili.

Gentilezza, infine, vuol dire accettare di non essere infallibili e di avere (quasi sempre) bisogno degli altri. Un proverbio africano dice che se da soli si va più veloci, insieme si va più lontano.

Gentilezza come garanzia di lungimiranza e sostenibilità.

 

Inoltre, più un problema è complesso, più è necessario utilizzare tali competenze organizzative – non lasciandosi prendere dal ‘tutto e subito‘ – per affrontarlo al meglio.

Pensiamo al tema della sostenibilità ambientale, della crisi climatica e della riconversione energetica: obiettivi ambiziosi e complicati da raggiungere proprio perchè le azioni messe in atto oggi produrranno i risultati desiderati dopo molto tempo.

Farsi guidare dalla fretta di vedere risultati immediati porta a scegliere azioni di breve respiro a discapito di quelle che, opportunamente pianificate e portate avanti con costanza e determinazione, porteranno al raggiungimento di concreti risultati nel futuro.

L’urgenza di voler risolvere tutto e subito significa condannarsi a restare nel quadrante dell’emergenza della matrice di Eisenhower.

E quanto può essere dannoso affrontare ogni decisione come fosse una questione di vita o di morte, con l’ansia di risolvere tutto subito?